“Bà, ma perché la moglie della Ghifa ti aveva preso ad ombrellate?”
In realtà la risposta la so già, ma mentre gli passo gli attrezzi per riparare il generatore Onam provo a distrarlo, così si incazza meno.
Siamo in sala macchine dopo essere rientrati da una gita per l’arcipelago, il termometro sfiora gli ottanta gradi e la riparazione va fatta subito.
Siamo completamente bagnati di sudore, io a torso nudo e lui con la maglietta blu del Galateia che è praticamente nera da tanto che è zuppa.
L’Onam è un piccolo gioiello americano, completamente insonorizzato e piccolo come una valigia, sproporzionato rispetto all’opulenza dei motori teutonici, è in grado di produrre corrente a 12, 24 e 220 volt ed è silenziosissimo.
Peccato che se si guasta non hai spazio per metterci le mani, il babbo sta provando ad estrarre un iniettore e si è spellato tutte le nocche disponibili, l’iniettore rimane al suo posto arroccato come un dattero.
Prova anche la mossa speciale con il dito storto, il generatore se ne fotte.
Ecco, è diventata una cosa personale.
Bestemmia, MS e attacco all’arma bianca, il piccolo mostro reagisce con una chiusura accidentale del portello superiore, lo prendo al volo prima che amputi qualcosa al comandante.
Da qui la domanda.
E la risposta.
“Perché Robin Hood ‘I è ‘na testa ‘d cazz”.
La Ghifa ha da sempre questa passione per appianare i torti, fottere ai ricchi per dare ai bisognosi, ovviamente chi è ricco o bisognoso lo stabilisce lui con la sua inafferrabile logica personale.
Mettiamo che lui decida che hai bisogno di quattro chili di pittura metallizzata fosforescente verde perché ha visto che hai la ringhiera scrostata.
Tu la ringhiera la vuoi cambiare e mettere zincata, ma lui non lo sa o comunque se ne fotte, per cui inizia la catena per arrivare al barattolo.
Di solito inizia con un furto di verdura o un abigeato, poi inizia gli scambi.
Prende la gallina o il cavolo cappuccino e li porta dal meccanico delle bici che gli dà un manubrio rugginoso e un copertone in cambio, lui scambia la mercanzia con Gigi il barbiere gran appassionato di Bartali ed ottiene in cambio un taglio di capelli gratis per un mese a Scassagarretti.
Scassagarretti fà il rivenditore di vino per cui risponde con una serie di fiaschi di morcone imbevibile, due fiaschi li tiene la Ghifa e gli altri dirottano su Giusè il portuale.
Giusè tiene due fiaschi e passa gli altri a suo fratello che lavora all’Azienda Mezzi Meccanici che finalmente ciula quattro barattoli di vernice dal magazzino e li consegna alla Ghifa.
Alla mattina ti ritrovi la vernice sul terrazzo e non sai chi l’ha messa lì, anche se lo immagini, e sei obbligato a pitturare la ringhiera sennò si offende.
Ogni tanto le cose non vanno lisce ed il contadino o allevatore vessato gli cambia i connotati.
La moglie si preoccupa e lui da la colpa al babbo.
“ I’ è stat ‘l comandante, I’ sé girat con un rem ‘n man in mà vist e I’ mà rot ‘l mus”
Al decimo infortunio il babbo è stato aggredito dalla moglie, lui si è scusato e ha detto che sarebbe stato più attento.
Poi è andato dalla Ghifa e gli ha rotto il naso.
Lui è tornato a casa e ha dichiarato di essere scivolato.
Tutte le mattine porta il giornale al babbo, lui gli fa il caffè e commentano le notizie con grasse risate.
lunedì 18 maggio 2009
venerdì 15 maggio 2009
Libertà
E’ strano quanta libertà riesci a provare compresso in 26 metri di barca.
Uno pensa alla convivenza forzata, al doversi adattare al condividere suoni, odori e cibo con gli altri ed è anche vero, ma ci sono dei momenti in cui ti ricavi il tuo angolino e lasci andare la mente, semplicemente perché hai il tempo di farlo.
Il mio posto è a prua sulla tormentina.
Dopo una giornata di giochi, di lavoro, dopo aver servito in tavola e aiutato il cuoco a rigovernare, dopo aver controllato che le luci siano spente e che l’ancora tenga bene, mi adagio lì.
E mi apro al cielo sopra di me, mescolo sensazioni, ricordi della giornata, sogni, desideri e stelle e parte la mia proiezione personale.
Le cose le vedo, non le immagino, ma probabilmente è la stessa cosa.
Non scelgo mai il tema, c’è una parte dentro di me destinata a svolgere questa attività, io mi sdraio e guardo mentre il babbo fuma di poppa, non mi ha mai chiesto niente al riguardo, forse sta guardando anche lui il suo film.
Stasera butta male, al Gran Cinema Tormentina danno qualcosa di terribile, una storia di guerra scaturita non dalle mirabolanti ed edulcorate storie del babbo ma da una conversazione origliata tra mia madre e la Isa, la moglie del cuoco.
Nel paese sul monte c’è un gerarca fascista pacioso e inerme, mandato a presidiare quel covo di anarchici ribelli con i quali condivide la fame ed il vino.
La sera dell’armistizio si mette per la prima volta la divisa, addirittura l’alta uniforme, va al grammofono e lo carica, mette Giovinezza a tutto volume ed esce sul balcone.
Si aprono le finestre e la gente lo guarda stupita, tiene nella mano destra una baionetta, sulla baionetta è infilzato il figlio in fasce della vicina di casa, un rivolo di sangue gli scende lungo il braccio e gli sporca la manica della camicia inamidata.
Lo prendono le donne, le vedove di guerra, le vedove di cava, le vecchie, le bambine, è un paese di donne e vecchi.
Distruggono la porta e lo trascinano sul ponte, l’unico punto in piano del paese.
Cinquecento persone, in silenzio, cinquecento schiaffi, uno per uno, che nessuno sia esentato.
Lo prendono, più morto che vivo, e gli mettono una cavezza al collo come a un mulo.
Due vecchi lo tirano verso il monte, verso la Tana dei Tufi, una grotta naturale con l’entrata stretta e le camere grandi, misteriose addobbate di stalattiti.
Tornano soli al ponte, loro piangono, le donne no.
La libertà costa.
Sempre.
La memoria non deve svanire.
Mai.
Uno pensa alla convivenza forzata, al doversi adattare al condividere suoni, odori e cibo con gli altri ed è anche vero, ma ci sono dei momenti in cui ti ricavi il tuo angolino e lasci andare la mente, semplicemente perché hai il tempo di farlo.
Il mio posto è a prua sulla tormentina.
Dopo una giornata di giochi, di lavoro, dopo aver servito in tavola e aiutato il cuoco a rigovernare, dopo aver controllato che le luci siano spente e che l’ancora tenga bene, mi adagio lì.
E mi apro al cielo sopra di me, mescolo sensazioni, ricordi della giornata, sogni, desideri e stelle e parte la mia proiezione personale.
Le cose le vedo, non le immagino, ma probabilmente è la stessa cosa.
Non scelgo mai il tema, c’è una parte dentro di me destinata a svolgere questa attività, io mi sdraio e guardo mentre il babbo fuma di poppa, non mi ha mai chiesto niente al riguardo, forse sta guardando anche lui il suo film.
Stasera butta male, al Gran Cinema Tormentina danno qualcosa di terribile, una storia di guerra scaturita non dalle mirabolanti ed edulcorate storie del babbo ma da una conversazione origliata tra mia madre e la Isa, la moglie del cuoco.
Nel paese sul monte c’è un gerarca fascista pacioso e inerme, mandato a presidiare quel covo di anarchici ribelli con i quali condivide la fame ed il vino.
La sera dell’armistizio si mette per la prima volta la divisa, addirittura l’alta uniforme, va al grammofono e lo carica, mette Giovinezza a tutto volume ed esce sul balcone.
Si aprono le finestre e la gente lo guarda stupita, tiene nella mano destra una baionetta, sulla baionetta è infilzato il figlio in fasce della vicina di casa, un rivolo di sangue gli scende lungo il braccio e gli sporca la manica della camicia inamidata.
Lo prendono le donne, le vedove di guerra, le vedove di cava, le vecchie, le bambine, è un paese di donne e vecchi.
Distruggono la porta e lo trascinano sul ponte, l’unico punto in piano del paese.
Cinquecento persone, in silenzio, cinquecento schiaffi, uno per uno, che nessuno sia esentato.
Lo prendono, più morto che vivo, e gli mettono una cavezza al collo come a un mulo.
Due vecchi lo tirano verso il monte, verso la Tana dei Tufi, una grotta naturale con l’entrata stretta e le camere grandi, misteriose addobbate di stalattiti.
Tornano soli al ponte, loro piangono, le donne no.
La libertà costa.
Sempre.
La memoria non deve svanire.
Mai.
mercoledì 13 maggio 2009
Ghepardo
Francè il giovane non è per niente male, è simpatico.
Ha i capelli come i miei, come un cartone animato giapponese, vanno in tutte le direzioni senza controllo, solo che i miei sono neri e i suoi biondastri.
Fine delle somiglianze.
Mi arriva alla vita ed ha la testa enorme, gli ho prestato la maschera e gli stringe brutalmente, è di gamba corta ma in mare si muove bene, si vede che è abituato.
Ha uno sguardo triste mentre guarda la sorella che garrula intrattiene il gruppo, lui è piuttosto silenzioso e questo a me va bene.
“ Vidisse quella là?”
“La piccolina?”
“Ma ti rendi conto di come l’hanno addestrata? E’ un nano da palcoscenico”
“E tu?”
“Me ne futtisse”
“Bagno?”
“Bagno”
E si va.
Prendiamo il gommone e ci accostiamo ad una spiaggetta vicino al Pevero, mi tengo un po’ fuori per non infastidire i bagnanti e butto l’ancora in una zona sabbiosa fra le praterie di posidonia.
E’ un buon posto, il fondale passa dalla sabbia allo scoglio e ci sono diversi pesciotti che ci fanno compagnia.
Brutalizzo un paio di saraghi e l’immancabile triglia, mi litigo con una seppia di taglia che vuole mordermi a tutti i costi e poi passo il fucile a Francè.
Mi fa un sorrisone di gioia, lo avevo già preparato a bordo dandogli consigli e direttive e pregandolo di puntarlo sempre verso il basso.
E’ un’iniziazione e lui la accoglie come tale, con trepidazione e serietà.
Fa più o meno tutto quello che gli ho spiegato, ha qualche difficoltà ad effettuare la capovolta e a togliersi il tubo di bocca con il fucile in mano, per il resto va alla grande.
Lo osservo per una mezzora a distanza di sicurezza, assicurandomi che non ci sia nessuno nelle vicinanze, saremo ad una cinquantina di metri dalla riva.
Ha distrutto qualche pesce di taglia infima e gli spiego che non si spara a niente che tu non voglia o non possa mangiare, annuisce.
Sulla riva ci sono delle nostre coetanee piuttosto spogliate, diciamo molto spogliate, e mi distraggo per un minuto mentre l’acqua intorno alla mia zona pelvica comincia a bollire.
E lui fa la cazzata.
Ha sparato su uno scoglio e si agita tutto, l’asta esce dalla pietra come la spada dalla roccia.
E lui si agita.
Per forza, non è uno scoglio, è un polpo mostruoso, mai visto niente del genere.
Mi immergo mentre il polpo si strappa il cinque punte da dosso, non so che cazzo fare, è davvero enorme.
Lo prendo per la testa e lo strappo dal fondo, si porta dietro una serie di sassi attaccati ai tentacoli. Mi si attacca al fianco destro e prova a mordermi con il suo becco, provo a girargli la testa e non ci riesco.
Riemergo, già respirare è un successone, sento le sue ventose dappertutto, dal piede fino dietro la schiena.
Mi gioco la carta Submariner.
Nuoto sul dorso pinneggiando come un pazzo verso la spiaggia, i bagnanti sono ignari, l’essere in acqua bassa mi consola.
Il mostro è sorpreso e non riesce ad addentarmi, ormai ci sono quasi e scelgo l’uscita spettacolare , nuoto immerso fino a riva e mi alzo di scatto.
Fosse sbarcato un alieno avrebbero fatto meno casino, urla e fuga dalla battigia, mi complimento con me stesso mentre mi strappo il cefalopode da dosso e faccio una manfrina esagerata per accopparlo.
Arriva anche Francè e siamo circondati da un nugolo di bagnanti che ci immortalano nelle polaroid.
Torniamo a bordo battendoci il cinque, lascio la gloria a lui, d’altra parte è giusto così.
Il babbo mi guarda e mi fa:
“’T ‘m par un ghepardo”
Sono tatuato su tutto il corpo dal segno delle ventose, una miriade di succhiotti.
Scendo in cabina fiero come Achab della sua gamba di osso di balena.
Ha i capelli come i miei, come un cartone animato giapponese, vanno in tutte le direzioni senza controllo, solo che i miei sono neri e i suoi biondastri.
Fine delle somiglianze.
Mi arriva alla vita ed ha la testa enorme, gli ho prestato la maschera e gli stringe brutalmente, è di gamba corta ma in mare si muove bene, si vede che è abituato.
Ha uno sguardo triste mentre guarda la sorella che garrula intrattiene il gruppo, lui è piuttosto silenzioso e questo a me va bene.
“ Vidisse quella là?”
“La piccolina?”
“Ma ti rendi conto di come l’hanno addestrata? E’ un nano da palcoscenico”
“E tu?”
“Me ne futtisse”
“Bagno?”
“Bagno”
E si va.
Prendiamo il gommone e ci accostiamo ad una spiaggetta vicino al Pevero, mi tengo un po’ fuori per non infastidire i bagnanti e butto l’ancora in una zona sabbiosa fra le praterie di posidonia.
E’ un buon posto, il fondale passa dalla sabbia allo scoglio e ci sono diversi pesciotti che ci fanno compagnia.
Brutalizzo un paio di saraghi e l’immancabile triglia, mi litigo con una seppia di taglia che vuole mordermi a tutti i costi e poi passo il fucile a Francè.
Mi fa un sorrisone di gioia, lo avevo già preparato a bordo dandogli consigli e direttive e pregandolo di puntarlo sempre verso il basso.
E’ un’iniziazione e lui la accoglie come tale, con trepidazione e serietà.
Fa più o meno tutto quello che gli ho spiegato, ha qualche difficoltà ad effettuare la capovolta e a togliersi il tubo di bocca con il fucile in mano, per il resto va alla grande.
Lo osservo per una mezzora a distanza di sicurezza, assicurandomi che non ci sia nessuno nelle vicinanze, saremo ad una cinquantina di metri dalla riva.
Ha distrutto qualche pesce di taglia infima e gli spiego che non si spara a niente che tu non voglia o non possa mangiare, annuisce.
Sulla riva ci sono delle nostre coetanee piuttosto spogliate, diciamo molto spogliate, e mi distraggo per un minuto mentre l’acqua intorno alla mia zona pelvica comincia a bollire.
E lui fa la cazzata.
Ha sparato su uno scoglio e si agita tutto, l’asta esce dalla pietra come la spada dalla roccia.
E lui si agita.
Per forza, non è uno scoglio, è un polpo mostruoso, mai visto niente del genere.
Mi immergo mentre il polpo si strappa il cinque punte da dosso, non so che cazzo fare, è davvero enorme.
Lo prendo per la testa e lo strappo dal fondo, si porta dietro una serie di sassi attaccati ai tentacoli. Mi si attacca al fianco destro e prova a mordermi con il suo becco, provo a girargli la testa e non ci riesco.
Riemergo, già respirare è un successone, sento le sue ventose dappertutto, dal piede fino dietro la schiena.
Mi gioco la carta Submariner.
Nuoto sul dorso pinneggiando come un pazzo verso la spiaggia, i bagnanti sono ignari, l’essere in acqua bassa mi consola.
Il mostro è sorpreso e non riesce ad addentarmi, ormai ci sono quasi e scelgo l’uscita spettacolare , nuoto immerso fino a riva e mi alzo di scatto.
Fosse sbarcato un alieno avrebbero fatto meno casino, urla e fuga dalla battigia, mi complimento con me stesso mentre mi strappo il cefalopode da dosso e faccio una manfrina esagerata per accopparlo.
Arriva anche Francè e siamo circondati da un nugolo di bagnanti che ci immortalano nelle polaroid.
Torniamo a bordo battendoci il cinque, lascio la gloria a lui, d’altra parte è giusto così.
Il babbo mi guarda e mi fa:
“’T ‘m par un ghepardo”
Sono tatuato su tutto il corpo dal segno delle ventose, una miriade di succhiotti.
Scendo in cabina fiero come Achab della sua gamba di osso di balena.
martedì 12 maggio 2009
H2O
Francè il vecchio è incontrollabile.
Ha iniziato una muta rivolta contro il razionamento dell’acqua e ci sta facendo impazzire tutti quanti.
In barca l’acqua è un bene prezioso come nel deserto, per farti una doccia devi prima bagnarti un poco, poi stacchi il rubinetto e ti insaponi, in seguito ti risciacqui usando meno acqua possibile.
I rubinetti sono a molla e le docce temporizzate, tutto è studiato per consumarne il meno possibile.
I gabinetti sono a pompa manuale, una volta riempiti ti attacchi alla leva e pompi come un disperato finché lui, il cesso, non digerisce i tuoi avanzi.
Usando poca carta altrimenti si intasa e facendoti un veloce bidet a molla per rinfrescarti.
Tutto ciò il Conte lo digerisce a stento e si è inventato una serie di trucchetti per fregarci.
Mi domandavo perché a cena si impadronisse tutti i tappi di sughero che trovava, l’ha scoperto il babbo.
Li incastra nei rubinetti e si fa la barba con l’acqua scrosciante , ha lasciato la doccia accesa tutta la notte per rappresaglia ed ha legato il rubinetto del bidet con il filo interdentale.
Ha allagato la moquette della cabina e siamo senz’acqua, la cassa delle acque nere è piena di prezioso liquido potabile.
Il Babbo è rosso come un peperone e temo per le coronarie, sta gentilmente spiegando a Francè che è un vecchietto cattivo cattivo e ammiro il fatto che per ora non l’abbia buttato fuoribordo.
Francè sorride come al solito e dice “ O’ piede marino, O’ piede marino”
Il babbo si spara un caricatore di MS e lo manda a cagare.
Il problema è che il Signor B. ha litigato con L’Aga Kan e a Porto Cervo non possiamo entrare, a Porto Rotondo ti spelano per l’ancoraggio di un giorno e il Signor B. non ci pensa nemmeno a spendere mille lire per quei ricconi di merda.
Soluzione, il rubinetto della Baffona.
Carico il gommoncino con quattro taniconi da venticinque litri, li assicuro con una funetta e plano fino alla banchina della Baffona, riempio le taniche domandandomi chi paga quell’acqua e torno indietro lentamente quasi affondato dal peso.
Facendo un breve calcolo, con 20 viaggi me la dovrei cavare mi ci vuole 15 minuti a viaggio e cinque minuti per far issare dal babbo e Giulio le taniche piene e rimpiazzarle con altre quattro vuote, in totale dovrebbero essere circa 7 ore di avanti e indietro.
Alla quarta ora sono completamente sfinito, mi arrampico a bordo e divoro tutto quello che il cuoco mi mette davanti.
Intercetto Francè che trotterella di prua con il panama in testa.
“Conte”
“Quant’è bbella ‘stà journata”
“Conte non lo farà più vero?’”
“ ‘O sole splente comme a Capri”
Gli faccio vedere la mano spellata e piena di vesciche.
Si fruga in tasca e mi allunga diecimila lire.
Le prendo, le piego e le pianto in coperta con il coltellino da nostromo che mi porto sempre dietro.
“Bbello guaglione”
“Francè basta ‘acussì”
“Posso fare a ‘varba?”
“ Solo la barba”
“Bbello guaglione”
“Francè…”
“’O piede marino?”
“’O piede marino”
Ha iniziato una muta rivolta contro il razionamento dell’acqua e ci sta facendo impazzire tutti quanti.
In barca l’acqua è un bene prezioso come nel deserto, per farti una doccia devi prima bagnarti un poco, poi stacchi il rubinetto e ti insaponi, in seguito ti risciacqui usando meno acqua possibile.
I rubinetti sono a molla e le docce temporizzate, tutto è studiato per consumarne il meno possibile.
I gabinetti sono a pompa manuale, una volta riempiti ti attacchi alla leva e pompi come un disperato finché lui, il cesso, non digerisce i tuoi avanzi.
Usando poca carta altrimenti si intasa e facendoti un veloce bidet a molla per rinfrescarti.
Tutto ciò il Conte lo digerisce a stento e si è inventato una serie di trucchetti per fregarci.
Mi domandavo perché a cena si impadronisse tutti i tappi di sughero che trovava, l’ha scoperto il babbo.
Li incastra nei rubinetti e si fa la barba con l’acqua scrosciante , ha lasciato la doccia accesa tutta la notte per rappresaglia ed ha legato il rubinetto del bidet con il filo interdentale.
Ha allagato la moquette della cabina e siamo senz’acqua, la cassa delle acque nere è piena di prezioso liquido potabile.
Il Babbo è rosso come un peperone e temo per le coronarie, sta gentilmente spiegando a Francè che è un vecchietto cattivo cattivo e ammiro il fatto che per ora non l’abbia buttato fuoribordo.
Francè sorride come al solito e dice “ O’ piede marino, O’ piede marino”
Il babbo si spara un caricatore di MS e lo manda a cagare.
Il problema è che il Signor B. ha litigato con L’Aga Kan e a Porto Cervo non possiamo entrare, a Porto Rotondo ti spelano per l’ancoraggio di un giorno e il Signor B. non ci pensa nemmeno a spendere mille lire per quei ricconi di merda.
Soluzione, il rubinetto della Baffona.
Carico il gommoncino con quattro taniconi da venticinque litri, li assicuro con una funetta e plano fino alla banchina della Baffona, riempio le taniche domandandomi chi paga quell’acqua e torno indietro lentamente quasi affondato dal peso.
Facendo un breve calcolo, con 20 viaggi me la dovrei cavare mi ci vuole 15 minuti a viaggio e cinque minuti per far issare dal babbo e Giulio le taniche piene e rimpiazzarle con altre quattro vuote, in totale dovrebbero essere circa 7 ore di avanti e indietro.
Alla quarta ora sono completamente sfinito, mi arrampico a bordo e divoro tutto quello che il cuoco mi mette davanti.
Intercetto Francè che trotterella di prua con il panama in testa.
“Conte”
“Quant’è bbella ‘stà journata”
“Conte non lo farà più vero?’”
“ ‘O sole splente comme a Capri”
Gli faccio vedere la mano spellata e piena di vesciche.
Si fruga in tasca e mi allunga diecimila lire.
Le prendo, le piego e le pianto in coperta con il coltellino da nostromo che mi porto sempre dietro.
“Bbello guaglione”
“Francè basta ‘acussì”
“Posso fare a ‘varba?”
“ Solo la barba”
“Bbello guaglione”
“Francè…”
“’O piede marino?”
“’O piede marino”
giovedì 30 aprile 2009
Golf
Nothing is simple dicono gli inglesi e chi scende bene non sempre sale nella stessa maniera.
Il babbo ha dovuto attrezzare il tangone con un’imbragatura di fortuna che aveva predisposto anni prima per sollevare Min e Chione i due bassethound di un’ospite del Sig.B.
Il problema è la Rapa, si è imbizzarrita e non ne ha voluto sapere della biscaglina predisposta per cui la stiamo virando a bordo con tutte le cautele del caso e lei sembra contenta del trattamento.
I due cani in realtà non si chiamavano così però il comandante ricorda che uno era femmina e uno maschio.
La femmina era venuta su bene, il maschio, un possente cane di una quarantina di chili si era mosso e aveva cominciato a ululare come un pazzo agitandosi e rischiando di cadere in mare.
Una volta a bordo avevano verificato che l’imbragatura gli aveva pinzato i gioielli di famiglia, che peraltro valevano metà del peso del cane, e la padrona urlava “ Aiuto il mio Pucci, me lo avete rovinato”, il babbo gli aveva gentilmente fatto notare che nessuno gli aveva segnalato il carico sporgente.
Slego la vecchia che facendo risuonare il bastone sulla coperta si dirige verso poppa dove sono in atto i festeggiamenti di rito.
Francè si muove a velocità pericolosa da una parte all’altra del Galateia, sembra traslare sui cuscinetti a sfera, la bambina ha tirato fuori la chitarra e intona una tammuriata che ritengo sia un’ode al Signor B. e alla possibile eredità, la Grinza ha salutato e si è infilata in cabina richiedendo un frullato di verdura, il nano bambino sta in disparte e il pirla parla a voce altissima.
Prima succhiata di denti.
Loda apertamente la barca, l’equipaggio, la fortuna del Signor B.
Seconda succhiata di denti.
Loda la Sardegna, Cala di Volpe ed il Pevero.
Terza succhiata di denti, sembra intenzionato a divoralo lì in coperta, lo vedo già sanguinante come un Gnù che esala l’ultimo respiro.
“Tutti al Golf, esentati Francè e la vecchia” tuona il Signor B.
Li riporto a terra e spariscono, non so dove vadano, io nel golf non ci sono mai entrato, ma ancora una volta non portano le mazze.
Io aspetto tre ore in banchina cazzeggiando con i muggini e con Marko che aiuto mentre fa manutenzione al motore del motoscafo.
Poi li vedo tornare, il Signor B. cammina dritto come un fuso ed ha un sorriso stampato in faccia, gli altri tre sono rovinati.
Il Pirla sembra un “Ecce Homo” sanguina da due milioni di graffi e stringe una busta piena di palline da golf come se fosse un tesoro.
Prova a sorridere e dice a voce non così alta “ Cinquantadue”, e si accascia nel gommone.
Li ha usati come cani da cerca e li ha lanciati in tutti i roveti del green.
Mi sa che hanno capito.
Il babbo ha dovuto attrezzare il tangone con un’imbragatura di fortuna che aveva predisposto anni prima per sollevare Min e Chione i due bassethound di un’ospite del Sig.B.
Il problema è la Rapa, si è imbizzarrita e non ne ha voluto sapere della biscaglina predisposta per cui la stiamo virando a bordo con tutte le cautele del caso e lei sembra contenta del trattamento.
I due cani in realtà non si chiamavano così però il comandante ricorda che uno era femmina e uno maschio.
La femmina era venuta su bene, il maschio, un possente cane di una quarantina di chili si era mosso e aveva cominciato a ululare come un pazzo agitandosi e rischiando di cadere in mare.
Una volta a bordo avevano verificato che l’imbragatura gli aveva pinzato i gioielli di famiglia, che peraltro valevano metà del peso del cane, e la padrona urlava “ Aiuto il mio Pucci, me lo avete rovinato”, il babbo gli aveva gentilmente fatto notare che nessuno gli aveva segnalato il carico sporgente.
Slego la vecchia che facendo risuonare il bastone sulla coperta si dirige verso poppa dove sono in atto i festeggiamenti di rito.
Francè si muove a velocità pericolosa da una parte all’altra del Galateia, sembra traslare sui cuscinetti a sfera, la bambina ha tirato fuori la chitarra e intona una tammuriata che ritengo sia un’ode al Signor B. e alla possibile eredità, la Grinza ha salutato e si è infilata in cabina richiedendo un frullato di verdura, il nano bambino sta in disparte e il pirla parla a voce altissima.
Prima succhiata di denti.
Loda apertamente la barca, l’equipaggio, la fortuna del Signor B.
Seconda succhiata di denti.
Loda la Sardegna, Cala di Volpe ed il Pevero.
Terza succhiata di denti, sembra intenzionato a divoralo lì in coperta, lo vedo già sanguinante come un Gnù che esala l’ultimo respiro.
“Tutti al Golf, esentati Francè e la vecchia” tuona il Signor B.
Li riporto a terra e spariscono, non so dove vadano, io nel golf non ci sono mai entrato, ma ancora una volta non portano le mazze.
Io aspetto tre ore in banchina cazzeggiando con i muggini e con Marko che aiuto mentre fa manutenzione al motore del motoscafo.
Poi li vedo tornare, il Signor B. cammina dritto come un fuso ed ha un sorriso stampato in faccia, gli altri tre sono rovinati.
Il Pirla sembra un “Ecce Homo” sanguina da due milioni di graffi e stringe una busta piena di palline da golf come se fosse un tesoro.
Prova a sorridere e dice a voce non così alta “ Cinquantadue”, e si accascia nel gommone.
Li ha usati come cani da cerca e li ha lanciati in tutti i roveti del green.
Mi sa che hanno capito.
giovedì 9 aprile 2009
Credimi
Non ho il dono di ricordarmi nomi, gradi di parentela, incroci incestuosi, alberi genealogici.
Per questo c’è la Zia Elsa, lei ricorda tutto di tutti, è l’anagrafe non ufficiale, sa citarti date di nascita, di morte e soprannomi di almeno sessantamila persone.
Tu gli fai la domanda, lei ti guarda con i suoi occhioni tipici della nostra famiglia, verdi con delle pagliuzze dorate dentro che sembrano stelline, sorride con i suoi quattro denti, due di sopra e due di sotto e tira fuori la scheda dell’incriminato.
Io quando mi chiedono la differenza fra cognata e cugina di terzo grado sbianco e comincio a tartagliare.
Forse sono un po’ scemo, ma sopravvivo comunque nell’ignoranza delle logiche con cui il genere umano si imparenta.
Fatto sta che quando arriva la banda io non mi ci raccapezzo per niente, mi hanno spiegato che la Pupa, la sorella del signor B. ha due figli è sposata con un pirla che ha fatto fallire un numero imprecisato di ditte usando i soldi della moglie, ma lei non viene.
Manda il babbastro, o patrigno o come cazzo si chiama, sposato in seconde nozze dalla mamma napoletana, tal conte del maschio Angioino detto Francè dagli amici.
Poi c’è il pirla stesso, rampante quarantenne padano e la Rapa, una cugina ottuagenaria di non so chi.
Solo la Grinza mi è nota, è la compagna del signor B. da tempo immemore, la moglie vera sta nella foresta nera, è un’ex attrice e penso sia vecchia e paralizzata.
Nonostante si siano sposati e lasciati da giovani il signor B. la va a trovare una volta all’anno e provvede a tutte le sue esigenze.
Lo sforzo di ricordarmi tutto questo mi ha debilitato sensibilmente, li vado a prendere con il gommone con un po’ di preoccupazione e con il cuore trepidante.
Accosto alla banchina dell’albergo Cala di Volpe , extra lusso credimi, e saluto con un cenno la signora S. che mi sorride e sale a bordo svelta.
Mi tengo con una mano alla banchina di finto granito, molto abrasiva credimi, e ho dato volta ad una bitta con la barbetta di prua.
Reputo che così il mezzo sia abbastanza stabile da consentire di salire a bordo in maniera agevole agli ospiti ma non ho fatto i conti con Francè.
E’ il secondo della fila, over settanta, una faccia simpaticissima alto come un barattolo di conserva.
Sembra l’omino dipinto sulle caffettiere Bialetti, ha un panama in testa , baffi sottili, pancia a botte e gambe cortissime.
Al grido di “Piede marino, Piede Marino” fa un saltello improbabile sul tubolare del gommone, rimbalza all’indietro, da una culata sonora sulla banchina ricade in avanti schiantandosi sul pagliolo e perdendo il panama in acqua.
Gli altri non fanno una piega, io lo volto sulla schiena e lo trovo sorridente che mi fa “Piede Marino, Piede Marino”
E’ pazzo.
Recupero il panama e faccio salire il pirla che manco mi saluta, la Rapa che, nonostante il bastone, si comporta bene e attendo i nipoti con il cuore in gola.
E ti pareva, la bambina ha dieci anni e porta con se una chitarra, il quindicenne è maschio e basso come il nonnastro.
Mi hanno fottuto.
Credimi.
Per questo c’è la Zia Elsa, lei ricorda tutto di tutti, è l’anagrafe non ufficiale, sa citarti date di nascita, di morte e soprannomi di almeno sessantamila persone.
Tu gli fai la domanda, lei ti guarda con i suoi occhioni tipici della nostra famiglia, verdi con delle pagliuzze dorate dentro che sembrano stelline, sorride con i suoi quattro denti, due di sopra e due di sotto e tira fuori la scheda dell’incriminato.
Io quando mi chiedono la differenza fra cognata e cugina di terzo grado sbianco e comincio a tartagliare.
Forse sono un po’ scemo, ma sopravvivo comunque nell’ignoranza delle logiche con cui il genere umano si imparenta.
Fatto sta che quando arriva la banda io non mi ci raccapezzo per niente, mi hanno spiegato che la Pupa, la sorella del signor B. ha due figli è sposata con un pirla che ha fatto fallire un numero imprecisato di ditte usando i soldi della moglie, ma lei non viene.
Manda il babbastro, o patrigno o come cazzo si chiama, sposato in seconde nozze dalla mamma napoletana, tal conte del maschio Angioino detto Francè dagli amici.
Poi c’è il pirla stesso, rampante quarantenne padano e la Rapa, una cugina ottuagenaria di non so chi.
Solo la Grinza mi è nota, è la compagna del signor B. da tempo immemore, la moglie vera sta nella foresta nera, è un’ex attrice e penso sia vecchia e paralizzata.
Nonostante si siano sposati e lasciati da giovani il signor B. la va a trovare una volta all’anno e provvede a tutte le sue esigenze.
Lo sforzo di ricordarmi tutto questo mi ha debilitato sensibilmente, li vado a prendere con il gommone con un po’ di preoccupazione e con il cuore trepidante.
Accosto alla banchina dell’albergo Cala di Volpe , extra lusso credimi, e saluto con un cenno la signora S. che mi sorride e sale a bordo svelta.
Mi tengo con una mano alla banchina di finto granito, molto abrasiva credimi, e ho dato volta ad una bitta con la barbetta di prua.
Reputo che così il mezzo sia abbastanza stabile da consentire di salire a bordo in maniera agevole agli ospiti ma non ho fatto i conti con Francè.
E’ il secondo della fila, over settanta, una faccia simpaticissima alto come un barattolo di conserva.
Sembra l’omino dipinto sulle caffettiere Bialetti, ha un panama in testa , baffi sottili, pancia a botte e gambe cortissime.
Al grido di “Piede marino, Piede Marino” fa un saltello improbabile sul tubolare del gommone, rimbalza all’indietro, da una culata sonora sulla banchina ricade in avanti schiantandosi sul pagliolo e perdendo il panama in acqua.
Gli altri non fanno una piega, io lo volto sulla schiena e lo trovo sorridente che mi fa “Piede Marino, Piede Marino”
E’ pazzo.
Recupero il panama e faccio salire il pirla che manco mi saluta, la Rapa che, nonostante il bastone, si comporta bene e attendo i nipoti con il cuore in gola.
E ti pareva, la bambina ha dieci anni e porta con se una chitarra, il quindicenne è maschio e basso come il nonnastro.
Mi hanno fottuto.
Credimi.
mercoledì 8 aprile 2009
Maimort
Ammaino come tutte le sere la bandiera tedesca prima che si bagni di rugiada.
Mi sono fatto un rituale personale, attendo che tramonti il sole dietro il monte, sospiro una volta, sciolgo il nodo bandiera, che l’hanno chiamato così apposta, e poi la tiro giù con un sorriso.
Come tutti i figli dei figli della linea gotica non nutro particolare simpatia per quel vessillo ed ammainarlo mi da sempre quasi una gioia.
L’infanzia del babbo è fatta di mine, morti, bombardamenti, sfollamenti, fame, dolore.
Ma lui ne parla serenamente, dosando gli aneddoti e raccontando solo quello che ritiene possa essere raccontato, rimarca le avventure e le rende quasi fantastiche, riesce a rendere la paura e l’angoscia che deve aver provato un filo sottile sotto la storia che ti acchiappa e ti porta con se in quel confine di terra conteso da tutti.
Le hanno buscate dai tedeschi, dai fascisti, dagli americani e le azioni di rappresaglia contro i civili per la guerriglia dei partigiani hanno creato risentimento anche verso questi ultimi.
Ma un bel ricordo c’è l’ha.
“Ba t’ ‘m arcont ‘dl Maimort?”
“ Li chiamavamo Maimorti perchè avevano una spilla con il teschio ed i pugnali, erano gli squadristi quelli duri, quelli veramente stronzi.
C’era sempre un posto di blocco a metà strada fra il paese dove eravamo sfollati e Marinella dove andavo a raccattare la verdura e la frutta nei campi incolti.
Quell’estate c’era un’abbondanza incredibile in quell’area circondata dai campi minati anche se nessuno aveva badato alle colture. Nessuno si azzardava ad avvicinarsi, nemmeno i tedeschi, troppo pericoloso.
Ma io avevo lavorato alla Todt per costruire il muraglione e avevo visto lo schema che usavano per piazzare le mine e me lo ero disegnato.
Uscivo di notte e mi infilavo nei campi appena faceva giorno, poi con le mie sporte piene tornavo al paesello di montagna a otto chilometri di distanza passando dove gli altri non potevano.
Quel giorno ero stanco o distratto fatto sta che vicino al posto di blocco che stavo aggirando furtivamente mi faccio beccare da un Maimort.
Era di Marina anche lui un po’ più grande di me e con gli occhi da topo vicini piccoli e cattivi.”
“Dot và? Pos lì le borse e ven con me”
“Non ero proprio preoccupato ma quello mi punta il mitra alla testa e mi dice di camminare”
“ T sen sfolat al mont?”
“Si”
“A ti port me fin là, fin alla tomba d’l partigian, po’ at amaz”
“Ero un bambino e non volevo morire, soprattutto non così vicino alla mamma e alle sorelle, saltare su una mina l’avevo messo in conto, ma così no”
“ Quattro chilometri con questa canna che mi grattava il collo e lui dietro, io che cercavo un appiglio, una via di fuga, ma niente, arriviamo alla tomba del partigiano.”
“Mi fermo, lui sempre dietro, chiudo gli occhi e sento un tonfo, mi giro e lo vedo steso a terra ai piedi di un partigiano”
“ Và ninin e pens me”
“Pensavo fosse morto, ma dopo la guerra l’ho rincontrato sulla spiaggia a Marina”
“T m’arconosc?”
“No”
“Mirm ben”
“Cazzo”
“L’ho preso a calci in culo per un pò di spiaggia, inizialmente volevo portarlo fino al fiume, poi mi sono stancato e sai una cosa?”
“No”
“Non ci ho provato nessun gusto, non potevo mettermi al suo livello, guerra o non guerra forza o debolezza non c’entrano niente, non potevo permettergli di togliermi qualcos’altro."
Mi sono fatto un rituale personale, attendo che tramonti il sole dietro il monte, sospiro una volta, sciolgo il nodo bandiera, che l’hanno chiamato così apposta, e poi la tiro giù con un sorriso.
Come tutti i figli dei figli della linea gotica non nutro particolare simpatia per quel vessillo ed ammainarlo mi da sempre quasi una gioia.
L’infanzia del babbo è fatta di mine, morti, bombardamenti, sfollamenti, fame, dolore.
Ma lui ne parla serenamente, dosando gli aneddoti e raccontando solo quello che ritiene possa essere raccontato, rimarca le avventure e le rende quasi fantastiche, riesce a rendere la paura e l’angoscia che deve aver provato un filo sottile sotto la storia che ti acchiappa e ti porta con se in quel confine di terra conteso da tutti.
Le hanno buscate dai tedeschi, dai fascisti, dagli americani e le azioni di rappresaglia contro i civili per la guerriglia dei partigiani hanno creato risentimento anche verso questi ultimi.
Ma un bel ricordo c’è l’ha.
“Ba t’ ‘m arcont ‘dl Maimort?”
“ Li chiamavamo Maimorti perchè avevano una spilla con il teschio ed i pugnali, erano gli squadristi quelli duri, quelli veramente stronzi.
C’era sempre un posto di blocco a metà strada fra il paese dove eravamo sfollati e Marinella dove andavo a raccattare la verdura e la frutta nei campi incolti.
Quell’estate c’era un’abbondanza incredibile in quell’area circondata dai campi minati anche se nessuno aveva badato alle colture. Nessuno si azzardava ad avvicinarsi, nemmeno i tedeschi, troppo pericoloso.
Ma io avevo lavorato alla Todt per costruire il muraglione e avevo visto lo schema che usavano per piazzare le mine e me lo ero disegnato.
Uscivo di notte e mi infilavo nei campi appena faceva giorno, poi con le mie sporte piene tornavo al paesello di montagna a otto chilometri di distanza passando dove gli altri non potevano.
Quel giorno ero stanco o distratto fatto sta che vicino al posto di blocco che stavo aggirando furtivamente mi faccio beccare da un Maimort.
Era di Marina anche lui un po’ più grande di me e con gli occhi da topo vicini piccoli e cattivi.”
“Dot và? Pos lì le borse e ven con me”
“Non ero proprio preoccupato ma quello mi punta il mitra alla testa e mi dice di camminare”
“ T sen sfolat al mont?”
“Si”
“A ti port me fin là, fin alla tomba d’l partigian, po’ at amaz”
“Ero un bambino e non volevo morire, soprattutto non così vicino alla mamma e alle sorelle, saltare su una mina l’avevo messo in conto, ma così no”
“ Quattro chilometri con questa canna che mi grattava il collo e lui dietro, io che cercavo un appiglio, una via di fuga, ma niente, arriviamo alla tomba del partigiano.”
“Mi fermo, lui sempre dietro, chiudo gli occhi e sento un tonfo, mi giro e lo vedo steso a terra ai piedi di un partigiano”
“ Và ninin e pens me”
“Pensavo fosse morto, ma dopo la guerra l’ho rincontrato sulla spiaggia a Marina”
“T m’arconosc?”
“No”
“Mirm ben”
“Cazzo”
“L’ho preso a calci in culo per un pò di spiaggia, inizialmente volevo portarlo fino al fiume, poi mi sono stancato e sai una cosa?”
“No”
“Non ci ho provato nessun gusto, non potevo mettermi al suo livello, guerra o non guerra forza o debolezza non c’entrano niente, non potevo permettergli di togliermi qualcos’altro."
Iscriviti a:
Post (Atom)