mercoledì 8 aprile 2009

Maimort

Ammaino come tutte le sere la bandiera tedesca prima che si bagni di rugiada.
Mi sono fatto un rituale personale, attendo che tramonti il sole dietro il monte, sospiro una volta, sciolgo il nodo bandiera, che l’hanno chiamato così apposta, e poi la tiro giù con un sorriso.
Come tutti i figli dei figli della linea gotica non nutro particolare simpatia per quel vessillo ed ammainarlo mi da sempre quasi una gioia.
L’infanzia del babbo è fatta di mine, morti, bombardamenti, sfollamenti, fame, dolore.
Ma lui ne parla serenamente, dosando gli aneddoti e raccontando solo quello che ritiene possa essere raccontato, rimarca le avventure e le rende quasi fantastiche, riesce a rendere la paura e l’angoscia che deve aver provato un filo sottile sotto la storia che ti acchiappa e ti porta con se in quel confine di terra conteso da tutti.
Le hanno buscate dai tedeschi, dai fascisti, dagli americani e le azioni di rappresaglia contro i civili per la guerriglia dei partigiani hanno creato risentimento anche verso questi ultimi.
Ma un bel ricordo c’è l’ha.
“Ba t’ ‘m arcont ‘dl Maimort?”
“ Li chiamavamo Maimorti perchè avevano una spilla con il teschio ed i pugnali, erano gli squadristi quelli duri, quelli veramente stronzi.
C’era sempre un posto di blocco a metà strada fra il paese dove eravamo sfollati e Marinella dove andavo a raccattare la verdura e la frutta nei campi incolti.
Quell’estate c’era un’abbondanza incredibile in quell’area circondata dai campi minati anche se nessuno aveva badato alle colture. Nessuno si azzardava ad avvicinarsi, nemmeno i tedeschi, troppo pericoloso.
Ma io avevo lavorato alla Todt per costruire il muraglione e avevo visto lo schema che usavano per piazzare le mine e me lo ero disegnato.
Uscivo di notte e mi infilavo nei campi appena faceva giorno, poi con le mie sporte piene tornavo al paesello di montagna a otto chilometri di distanza passando dove gli altri non potevano.
Quel giorno ero stanco o distratto fatto sta che vicino al posto di blocco che stavo aggirando furtivamente mi faccio beccare da un Maimort.
Era di Marina anche lui un po’ più grande di me e con gli occhi da topo vicini piccoli e cattivi.”
“Dot và? Pos lì le borse e ven con me”
“Non ero proprio preoccupato ma quello mi punta il mitra alla testa e mi dice di camminare”
“ T sen sfolat al mont?”
“Si”
“A ti port me fin là, fin alla tomba d’l partigian, po’ at amaz”
“Ero un bambino e non volevo morire, soprattutto non così vicino alla mamma e alle sorelle, saltare su una mina l’avevo messo in conto, ma così no”
“ Quattro chilometri con questa canna che mi grattava il collo e lui dietro, io che cercavo un appiglio, una via di fuga, ma niente, arriviamo alla tomba del partigiano.”
“Mi fermo, lui sempre dietro, chiudo gli occhi e sento un tonfo, mi giro e lo vedo steso a terra ai piedi di un partigiano”
“ Và ninin e pens me”
“Pensavo fosse morto, ma dopo la guerra l’ho rincontrato sulla spiaggia a Marina”
“T m’arconosc?”
“No”
“Mirm ben”
“Cazzo”
“L’ho preso a calci in culo per un pò di spiaggia, inizialmente volevo portarlo fino al fiume, poi mi sono stancato e sai una cosa?”
“No”
“Non ci ho provato nessun gusto, non potevo mettermi al suo livello, guerra o non guerra forza o debolezza non c’entrano niente, non potevo permettergli di togliermi qualcos’altro."

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