martedì 27 gennaio 2009

Verso Capraia

Ogni barca ha il suo passo, il suo ritmo, la sua maniera.
Ogni barca è viva e la devi capire.
Il Galateia è una barca solida, un motorsailer di ventisei metri e mezzo con due alberi costruita in ferro da un cantiere di Spijkenisse in Olanda.
In ferro svedese, progetto tedesco, motori tedeschi, anima italiana.
E’ larga e robusta, 11 nodi la velocità di crociera, 15 la massima.
E’ testarda e dolce come il suo comandante, ti porta ovunque ma alle sue condizioni.
Quando ha il mare al mascone non rolla nemmeno tanto, ha un modo tutto suo di affrontare le onde.
Abbassa un po’ la prua come se volesse dargli una testata, viene fuori dalla cresta gentilmente, si appoggia nel cavo come se la cosa non la riguardasse, sorpassa con la poppa il culmine e lì fa una leggera scodinzolata.
Io ho appena scoperto che la scodinzolata non và a genio al mio sistema vestibolare.
Sono sul verdognolo e non mi capacito di soffrire il mal di mare, non mi è mai successo prima.
Il cuoco mi si avvicina con in mano un pezzo di pane secco con sopra delle acciughe salate e un bicchiere di vino rosso.
Cazzo non pensavo di stargli così sui coglioni, mi vuole uccidere.
Provo ad ingurgitare qualcosa e bevo il vino come se fosse sperma di cammello.
Il cuoco mi alza e mi porta in plancia.
Il babbo mi guarda con il solito sorriso a mezza bocca, ha l’occhio destro strizzato per il fumo della sigaretta e penso che ormai lo tiene così anche nel sonno per mettersi avanti con il lavoro.
“Non la senti, ven chi”
Mi mette al timone e mi dice di continuare per 190° ancora per mezz’ora e và a farsi un caffè.
Sono in lieve difficoltà, le mani mi sudano e me le sento ghiacciate, scivolano sulla ruota di legno del timone e si fermano solo quando incontrano una razza, non riesco a guardare in alto verso la bussola e prendo le onde a cazzo.
Ho poggiato nettamente verso sinistra così prendo il mare al traverso e la barca rolla sensibilmente.
Ovviamente non so dove sto andando.
Il comandante è tornato con il solito bicchiere fumante in mano, mi dice di andare un po’ a dritta, mi tira su le mani da dove erano precipitate, mi fa allargare i piedi e piegare un po’ le ginocchia.
Entro nell’onda con l’inclinazione giusta, il Galateia dà la sua testata, si appoggia, scodinzola.
In quel momento la sento, con le piante dei piedi ben piantati e con lo stomaco, allungo leggermente il ginocchio desto, una cosa impercettibile, ed il timone fa forza sul palmo della mano sinistra.
La barca scavalca l’onda con la poppa e aggredisce quella successiva.
“ ‘Tà capit?”
“’O’ capit”
“ quand a sian ‘n Capraia chiamm.”

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