giovedì 14 aprile 2011

Mouse

Cambusa, che luogo meraviglioso.
Dove si sovrappone l’odore salato delle gallette al dolce dei biscotti svedesi al burro.
Dove aleggiano profumi, dove la vista vaga tra bottiglie e cartoni, il prosciutto in scatola vicino ai wurstel tulip e alla carne montana, là in fondo un bourbon canadese invecchiato mille anni vicino al cognac Martell, il fiasco di chianti con la veste di paglia che rivaleggia in eleganza e rotondità con la pancia del cuoco.
Luogo misterioso, a cui si accede sollevando una botola, che resta nascosto fino a che non accendi la lampadina grigliata a basso voltaggio e allora si svela, come la grotta di Ali Babà, pieno di tesori e di mistero, pepe e noce moscata, tè all’arancia e gelsomino.
E cacche di topo.
Cazzo un topo a bordo e pure in cambusa.
Quanto di peggio puoi avere in barca.
Posto sacro violato da immonda bestiaccia, che si aggira spandendo merda e leptospirosi fra in nostri alimenti, enorme pantegana scura dagli occhi rossi e cisposi che sbavante anela di azzannare la mano protesa a coglier la mela.
Rognoso leviatano che si aggira assetato di sangue e goloso di orecchie umane da rosicchiare nel sonno, orrenda chimera tutta denti e bava, nero di odio e denso di odore, famelico…..
Topino campagnolo piccolissimo e grazioso ed assolutamente inoffensivo che ti affacci da quel miserevole buchino che hai fatto in una scatola di cracker, ma come sei bello?
Scappa di nuovo nel buco e mi scatta il problema morale.
Non posso occultare le tracce troppo a lungo e non lo voglio accoppare, va catturato e sbarcato alla zitta.

Prima sera trappola n° 1: scatola dalle scarpe sorretta da uno stecchino, filo fra stecchino ed enorme pezzo di formaggio Gouda olandese posizionato sotto la scatola.
Risultato: scatola appoggiata a terra, mancano il formaggio e lo stecchino, il filo è sotto la scatola
Conclusioni: il topo è goloso, non usa il filo interdentale dopo cena, preferisce lo scovolino.

Seconda sera trappola n° 2: gabbietta auto costruita con sportello a molla, esca biscotto alla cannella.
Risultato: mezzo biscotto mangiato, sportello chiuso, gabbietta girata sottosopra, enorme cagata assolutamente sproporzionata alle dimensioni dell’animale nei pressi della trappola.
Conclusioni: il topo ha una forza mostruosa, probabilmente diabetico, allergico alla cannella, sicuramente è permaloso.

Terza sera trappola finale: calzino puzzolente lunghissimo del Signor B. riempito con una quantità smodata di pastiglie Valda, il contrasto fra i due odori è impressionante.
Risultato: topo svenuto in fondo alla calza, segni di zampine sul pagliolo della cambusa che compongono le parole “ti ho sempre amato Wilma”
Conclusioni: il topo aveva un’alitosi spaventosa causata dal formaggio Gouda ed era disposto a tutto pur di baciare di nuovo la sua amata.
Conclusioni n° 2: forse devo smettere di entrare in cambusa e scolarmi di notte chinotto e Mirto mescolati.

Prendo comunque il topo nel calzino e lo porto a terra con il gommoncino, lo rianimo massaggiandolo con il pollice sulla pancia, il topino scorreggia ed apre gli occhietti, è caldo e morbido, lo appoggio vicino ad un olivo e lui si arrampica agilmente sul tronco.

Ciao Squibby, salutami Wilma.

mercoledì 23 marzo 2011

Cognac

Il Babbo aggiusta tutto.
Se una cosa si rompe, si guasta, si usura, lui la ripara.
Usando strumenti di fortuna o, molto più spesso, spendendo il triplo del valore della cosa da riparare in attrezzi, strumenti, attrezzature.
E’ motorista, maestro d’ascia, falegname, elettricista, idraulico, muratore, velista, calzolaio, meccanico, contadino, orologiaio, modellista, pittore,inventore, cuoco, mago, astronomo.
Il problema è quando vuol riparare le persone.
Sulle teste riesce a fare un buon lavoro, motiva, assiste, sgrida, blandisce, dona sicurezza amore e appoggio, incute rispetto.
Sui corpi va così così.
Tende sempre a ragionare in termini idraulici ed elettrici anche riguardo alle funzionalità dell’organismo, rifacendosi alle leggi della fisica e della termodinamica, riducendo a scienza esatta una cosa che esatta non è.
Ha sempre avuto problemi con le articolazioni, schiena e ginocchia con il suo lavoro e con il suo peso si scassano velocemente ed ha scoperto un metodo per lavorare sulle ossa per far diminuire il dolore.
I bicchierini di vetro.
Secondo lui dipende tutto dall’umido, per cui prende dei bicchieri di quelli piccoli per il caffè, ci mette dentro un po’ di alcool o di cognac, li incendia con l’immancabile accendino Bic ed attende che il liquido si consumi tutto.
Poi appone il bicchiere rovente sulla parte dolorante e lo lascia lì, il bicchiere risucchia ciccia e pelle e dopo un po’ si riempie di liquido, che io ritengo non sia acqua o umido bensì grasso strutto,
una volta raffreddato il bicchiere lo toglie, dichiarando immediato sollievo.
Mah.
Il problema è che stanotte si è bloccato il Signor B., colpo della strega.
E lui lo ha convinto che con il suo metodo avrebbe ripreso a saltare come un grillo in men che non si dica.
Quindi procediamo.
Il vecchio carrarmato tedesco, duro come uno stoccafisso, viene completamente spogliato ed adagiato sulla pancia sul tavolo del salone.
A sua insaputa vengono approntati sei bicchieri adeguati alla lunga schiena dell’armatore.
Il Babbo, valutando l’età della preda, ritiene che la quantità di liquido sarà abbondante, per cui scalda al calor bianco dei bicchieri da cognac grossi come palloni da basket.
Poi li appoggia contemporaneamente su tutta la schiena del crucco che, fra sfrigolii sinistri, caccia un urlo terrificante.
Otteniamo un bellissimo effetto mammelle di mucca sulla schiena flaccida del vecchiaccio, con tutta la pelle rugosa risucchiata all’interno dei bicchieri.
Il Signor B. urla ma il Comandante non perde la calma, si accende una sigaretta, sa che è inutile provare a togliere il vetro prima che si sia raffreddato.
La quantità di liquido estratto è in realtà minuscola ed il principale bestemmia anche in turco.
Finalmente strappiamo le sanguisughe dal vecchio e ammirato osservo sei cerchi marchiati a fuoco sul groppone del tedesco.
Che miracolosamente si alza dal tavolo da solo, ritengo spinto più che dall’efficacia della cura dal terrore di un possibile trattamento aggiuntivo.
Con tutta la compostezza della sua razza ringrazia il comandante e si infila muto in cabina.
Il Babbo sorride, fiero del risultato.
Ragazzi, penso che il cognac non lo berrò mai più.

martedì 15 febbraio 2011

Cictò

“Smetla di sputar ‘t ‘m par Cictò Bum Bum.”
Il Babbo mi guarda e sorride e ricordo una descrizione fatta dal nonno, come me l’hanno riportata…

“Mentre imbocco via Cipria vedo una sagoma come di un pipistrello enorme che si accosta al muro e sento un verso inconfondibile.
Non è un brivido che mi scuote fino alle ossa ma una risata fragorosa mentre il grido squarcia la notte.
“Ferm li’a son Cicto’ Bum Bum e se t t mov ‘at fai ‘n sput n’tl mus che at’ afog”
Qui necessitano almeno tre precisazioni:
Via Cipria si chiama in realtà via Reginaldo Santacchè martire fascista, in ricordo di un ignoto cazzone che era rimasto sotto un camion durante lo sbarco del contingente italiano in Albania. Trovandosi in stato di ebbrezza e colto da una colica, si trovava con le braghe abbassate dietro un cespuglio di mirto quando era stato travolto dal soldato semplice Campagnolo Gaspare da Militello Balsamo alla guida del Camion delle salmerie.
Il primo caduto ufficiale degno di essere schiaffato su una lapide in un paesino sperduto che non gli aveva dato i natali.
La strada, sfortunatamente per lui e per la gloria del fascio, era da anni la più riservata del paese essendo incastrata tra due muri su cui non davano finestre. Il suo sviluppo serpeggiante creava non pochi angoli in cui l’uomo, la donna o l’animale trovavano quel minimo di privacy necessario per espletare le funzioni corporali. Da ciò derivava il nome volgare di via Cipria dove l’effluvio guidava il passo a schivar le merde.
Cictò Bum Bum era una delle creature più singolari del paese, maestro elementare, era impazzito per una non chiara storia di donne nei primi anni del ventennio, pare fosse implicata una duchessa o chissà chi.
Fatto sta che il povero Cictò era stato convinto a guardar donne di altro lignaggio a colpi di manganello e questo gli aveva messo fuori uso un po’ di neuroni.
Dopo un periodo di comprensibile imbarazzo per la struttura vagamente siluriforme che aveva assunto la sua testa, aveva deciso, non si sa quanto coscientemente, di diventare nobile.
Il cappello a cilindro si adattava perfettamente alla nuova forma della testa, il resto dell’abbigliamento, o come solevano dire i vecchi “muntura”, era costituito da uno splendido frac con le code e da un mantello alla Dracula con interno porpora, il tutto si presume trafugato dal bagaglio di qualche teatrante.
In un paese dove avere un paio di scarpe era un lusso Cictò risaltava abbastanza fulgidamente.
Terza precisazione, Cictò aveva un carattere di merda e una stazza fisica imponente, con i baffi neri tirati con la cera ed i basettoni a vederlo di notte con la muntura c’era da cagarsi addosso.
Siccome da nobile si comportava il rispetto del villico si aspettava, la conversazione poteva avere un andamento particolare e sfociare in episodi poco edificanti.
Meno male era cugino di mia moglie.
- Cictò ‘a son me, Giusè ‘l Parmsan
- Si presenti a modo, vile scudiero, al cospetto del Conte Aliberto Aliberti signore di Valdiluce e di Suddret, si rivolga a Noi con l’idioma di Dante, non con il ruvido dialetto di queste genti ignoranti.
- Mi scusi Eccellenza, mi pareva di aver sentito parlare in villico poco fa, non eravate Voi che vi dichiaravate tale Cictò qualcosa…
- Cictò Bum Bum per l’esattezza, è il mio alter ego che affiora in superficie quando sono alterato o un poco ebbro
- E quale delle due occasioni si era verificata poco fa?
- Quella della rabbia mio caro, essendomi inavvertitamente pisciato sulla scarpa sinistra infradiciandomi le ghette.
- Certo un ben grave affronto alla Vostra eleganza
- ‘T ‘m vo’ piar pr’ l Cul eh, Mi che ‘at dai un cazzot che ‘at amazz
- Dai Cictò, ‘sta bon ‘ca dev andar alla cava
- Va Ben Giusè as vden stasera, ciao
- Ciao Cictò non t rabiar dai
- Ciao, salut la Alba
- Ciao, at’la salut

Non so se sembro Cicto’ per il resto, non mi pare, però sputo lontano.
Ai baffi ci sto lavorando.

martedì 8 febbraio 2011

U' Buiu & U' pilu

Non brilla tutto, non splende tutto.
Non ci sono solo le storie, le svagatezze, i sogni ad occhi aperti, i desideri e gli appetiti.
C’è anche il nero, il buio, la paura, l’insicurezza.
Non so se è una roba adolescenziale, comunque, nonostante stia sempre bene con gli altri e con me stesso, ogni tanto, non spesso, cado.
Sempre all’ora del lupo, tra la notte che finisce ed il giorno sempre lontano.
Un brivido addosso, il ricordo da bambino quando, dopo una giornata meravigliosa e faticosissima al carnevale di Viareggio, improvvisa, prima del sonno, arrivò la consapevolezza che poteva anche non durare tutto per sempre.
Il pianto inconsolabile, le labbra di mia madre sulla fronte, i dolori di crescita alle gambe, la sensazione nel dormiveglia di avere mani e piedi enormi, gonfi come palloni, difficili da usare, impossibili da guardare.
Poi quel pensiero orribile che avevo scoperto, ma che tenevo celato da una tenda che ogni tanto si scostava, facendomi rabbrividire.
Ogni tanto mi prende e mi porta con sè, a fondo, allora mi alzo, per guardarlo in faccia.
Se guardo nel buio, quello vero, non vedo niente, non mi aspetto niente e mi monta il terrore.
Per me e per gli altri, come fa a finire, perché mai dovrebbe continuare.
Cazzo cazzo devo uscirne, mi sembra di soffocare, è come avere il torace costretto da doghe di ferro che si stringono piano piano, ho gli occhi umidi, il cuore rimbalza, sto perdendo il controllo, sto perdendo.
Bevo un po’ d’acqua, è gelata, l’ho tolta dal frigo e tracannata in fretta, un dolore sordo alla bocca dello stomaco, sapore di ferro, di ruggine in bocca.
Esco, ansimo, i sette scalini non finiscono più, aria, umida e calda, non dà sollievo.
Vomito un grumo di bile e terrore fuoribordo, le lacrime mi scendono dalle guance senza controllo.
Cosa c’è, cosa manca, cosa resta?
Cristo santo, non riesco a tranquillizzarmi e scenari apocalittici mi si affastellano davanti agli occhi l’unica cosa che mi calma è che comunque, forse, entro certi limiti, si può scegliere e usare la propria volontà ed il proprio arbitrio verso se stessi.
Giovane Werther da operetta, giovane imbecille sudato e mezzo, scrollati da dosso questo peso.
Improvvisamente mi passa, senza pensare a qualcosa di particolarmente rassicurante, così come è arrivata va via.
Mi trascino in cuccetta e mi addormento, fra desideri onanistici e pianificazioni piscatorie scivolo nel sonno.

Non c’è terrore che, al teenager , non possa passare con pesce e patata.

venerdì 24 settembre 2010

Barracuda e Champagne

Mi ha morso sul naso.
A me.
Mi ha morso sul naso e mi ha fatto sanguinare.
George.
George il bassotto.
Contando che sono circa un metro e ottantacinque ed il bastardo in questione non arriva, su quelle zampette del cazzo, ai 20 centimetri di altezza la cosa sembra un po’ inverosimile.
Ma intanto perdo sangue da due solchi ai lati del naso.
‘Fanculo George, infido esserino fatto a salsiccia focata, io sono abituato a ben altri cani, ho disinnescato  i figli di Barracuda e sono amato da tutti i cani della terra, mi hai ferito nell’orgoglio più che nel mio enorme naso.
Ci sono rimasto veramente male, i miei amici mi chiamano l’amico degli animali e mi sono sempre fidato di tutti i quattrozampe, loro lo sentono e facciamo subito amicizia.
Anche i temuti Barracuda come dicevo.
Barracuda il capostipite era una specie di pastore belga oversize deputato alla sorveglianza del cantiere dove veniva regolarmente rimessato il Galateia.
Silenzioso, veloce, dall’abbaio agghiacciante, pattugliava il cantiere e chi non era schedato fra gli amici veniva azzannato al polpaccio o, a scelta, all’inguine.
Io ero amico nella sua scheda da ragioniere belga, avevo passato la prova di iniziazione che consisteva nel farsi annusare il cavallo dei pantaloni sperando in Dio.
Aveva passato l’informazione anche ai suoi numerosi figli per cui io ero a posto, solo la Nerina aveva provato un agguato mentre di notte pisciavo allegramente nelle acque del fiume, colta sul fatto era stata inzuppata a dovere e non mi aveva più disturbato.
Barracuda il padre teneva sommamente al controllo della popolazione di gatti del Conte Verde, la cui villa ricoperta di edera confina con il cantiere.
Attuava un costante sfoltimento che aveva portato con gli anni a selezionare una razza di gatti velocissimi e dalle carni velenose, gli unici che potevano sopravvivergli.
L’unica volta che Barracuda è andato un po’ in difficoltà è stato quando l’hanno portato per funghi.

Formazione di partenza:
Gino, il padrone del cantiere, alla guida della preziosissima Lancia Flavia blu notte con moquette beige.
Il Comandante con stivaletti bassi di gomma e uno zaino di Ms, sul sedile davanti
La Ghifa e Barracuda seduti dietro.
Meta: Cerreto Laghi.

Terzo tornante dopo Fivizzano, Gino tira una seconda, il Comandante fuma, La Ghifa mugna un motivetto incomprensibile, Barracuda scoreggia.
La colpa ricade ovviamente sulla Ghifa, che se ne fotte e continua la litania.

Settimo tornate dopo Fivizzano, Barracuda uggiola e tira un peto terrificante che sibila come un ufo che entra nell’atmosfera, Gino scala in prima grattando brutalmente, il Comandante bestemmia, la Ghifa apre il vetro dalla sua parte.
Viene individuato il cane come possibile problema.

Tredicesimo tornante dopo Fivizzano, mantenendo la cabala dei tornanti dispari il lupoide si gira con un guaito verso la Ghifa, poggia il culo sul vetro del finestrino, tenta di emettere aria ma l’effetto contraccolpo lo proietta addosso al Ghifone che, senza fare una piega, afferra i testicoli del cane e li torce a caramella.
Il cane vomita sulla moquette beige.
Sosta obbligata , Gino pulisce ed invoca Odino, la Ghifa si sgranchisce le gambe, il comandante si inerpica su un poggio e trova dodici tonnellate di funghi in 4 minuti, però nemmeno un porcino.

Il cane è tristissimo e non vuole risalire in macchina, soprattutto pare non gradisca la presenza della Ghifa sul sedile posteriore, vengono proposte diverse formazioni compresa una improbabile con il cane alla guida, alla fine Il comandante si accomoda dietro e il cane davanti.

Quindicesimo tornante dopo Fivizzano la Ghifa scoreggia e dà la colpa al cane che non regge l’affronto e vomita di nuovo sul cruscotto, Gino si commuove e cerca di consolarlo, il comandante ne ha le palle piene, tanto i funghi già ci sono, e obbliga la comitiva alla ritirata strategica.
Barracuda ferito nell’orgoglio rimase abbacchiato per diversi giorni poi riprese coscienziosamente lo sterminio.

Sorrido al ricordo mentre mi tampono il naso, George mi guarda, stappo la bottiglia di champagne che mi hanno chiesto gli ospiti, accomodati sulle sedie da regista di poppa, e ne verso un po’ nella ciotola del cane, rabbocco la bottiglia con una identica quantità di piscio e mi avvio con i calici in mano.

La colpa non è mai dei cani, ma dei padroni.

martedì 17 agosto 2010

Tricampeones

La semifinale l’ho vissuta con distacco, senza Boniek la Polonia non aveva un filo di speranza.

Ma oggi no, oggi ci sono i Tedeschi, i Tugnin.
La situazione è critica, il cuoco ha fatto la pasta scotta , il babbo ha soffiato fumo tutta la mattina dall’unica narice funzionante , il sopracciglio da lupo mannaro aggrottato.
Il Signor B. è elusivo, dopo il bagnetto ristoratore si è infilato in cabina e mi aspetto di vederlo uscire con la divisa della Wermacht, stivaloni compresi.
Ho provato a pescare le boghe dal gommoncino ma sono distratto, mi sono affettato come al solito una falange e l’unica boga che ho preso mi ha cagato sul petto.
Le boghe fan così.
Buoni auspici.
Nel pomeriggio ci mettiamo in movimento per il solito punto di ancoraggio, c’è una calma irreale, una tensione palpabile, i rumori sono attutiti come sotto una nevicata.
Percuoto la castagna con il mazzuolo con poca energia, lo sguardo lontano, mi sveglia il solito grido belluino del comandante.
“FOND”
Ormai è l’ora, conveniamo tutti, armatore compreso, che non è il caso di cene pantagrueliche, panini e birra per tutti.
Mastico svogliatamente mentre il Signor B esce dalla cabina, ha i soliti pantaloni stazzonati sotto il ginocchio ed indossa una camicia di lino azzurra particolarmente elegante.
Si succhia i denti e con fare da gran paraculo tira fuori due bottiglie di champagne Taittinger riserva da un mobile.
“Giulio, mettile in frigo, tanto io vinco comunque”
Secondo me è una balla, tiferà Germania.
Fischio d’inizio, solite scaramanzie, una squadra mai vista, giochiamo praticamente con cinque difensori, Pablito e Spillo davanti, Conti all’ala, Tardelli, Oriali e Collovati in mezzo.
Non mi preoccupo, i tedeschi sono sfatti dopo la guerriglia con i francesi e anche se non siamo splendidi sono fiducioso.
Ma prego uguale, ogni secondo.
Mi preoccupo un po’ di più quando lo statuario Briegel sdraia in area il Brunetto nazionale e mi rendo conto che nessuno vuol calciare il rigore. Il mio Antognoni è fuori per infortunio e comunque l’avrebbe calciata in tribuna , Altobelli e Rossi cercano qualcosa per terra, devono aver perso le palle.
Si presenta il bell’Antonio, gonfia il petto, lo inquadrano da vicino, si sta cagando addosso, tira velocemente e non becca nemmeno il palo alla sinistra di Shumacher.
La bestemmia corale gonfia il salone del Galateia.
Il vecchio tedesco/napoletano sta nella sua poltrona davanti alla tv e dondola un piedone numero 47.
Nervi d’acciaio il bastardo.
Secondo tempo, si cambia, li massacriamo.Tardelli per Gentile che crossa al centro , e dico Gentile cazzo, che crossa al bacio per Rossi che insacca di testa, roba da matti.

E poi lui, con quelle gambe magre e lunghe che si accentra su passaggio di Scirea, si porta avanti sul sinistro il pallone, cazzo troppo avanti, ma no, scaglia una frombolata mostruosa che si incastra in rete.

Il portiere immobile con le manone lungo i fianchi, lui che parte, e tutti insieme partiamo con lui, un urlo che non finisce più, che ti consuma, che toglie spazio a tutte le parole , che ci da orgoglio e riscatto, è il momento dell’unione cosmica, del transfer di un popolo in un giocatore.

Smettiamo di urlare stremati, nel delirio mi è parso di vedere il piedone fermarsi ed un accenno di esultanza.
Che stia diventando napoletano più che tedesco il vecchio furbastro?
Tesissimi continuiamo a seguire il match che si chiude con un gol di Spillo di sinistro e il meritato gol della bandiera per i tugnin.
Choelo fischia e alza teatralmente il pallone con due mani verso il cielo nel cerchio di centrocampo, Pertini in tribuna salta come un ventenne e da pacche violente al re di spagna che sorride perplesso.

Mertellini grida per la prima volta in vita sua.

Tre volte.

Campioni del mondo.

Sono le due di notte, ci deve essere un bel casino a terra, sembra una guerra, io sono qui, sulla tormentina con la bottiglia vuota in braccio.
Hanno fatto anche i fuochi artificiali ma me ne fotto, me ne sto qui, ed è una gioia così intima, mi addormento sereno.

Mattina, poppa, bandiera tedesca che sventola sull’asta.

Io ed il cuoco che commentiamo esaltati la partita, si avvicina un gommoncino, due persone a bordo.
Ci dicono qualcosa in quel barbaro idioma, cercando probabilmente conforto, il cuoco si alza, tira su la maglietta, sul ventre prominente e duro si è legato una bandiera italiana.
Con le dita conta i gol e urla “Tre a un , e a cà”

Giulio Uber alles

sabato 15 maggio 2010

Colla

Non so se vi è mai capitato di immaginarvi come è fatto davvero un vostro organo.
Voglio dire proprio la fotografia di una cosa che avete dentro.
Una milza, la tua milza, che colore ha? E’ grossa più o meno di un barattolo di cibo per cani?
Puzza?
E’ comunque il cervello che mi affascina di più, lo immagino come una spugna grigiastra con un nocciolo duro dentro, di colore più scuro, dove risiedono i tuoi istinti primordiali.
Il tutto ricoperto da una spuma più chiara e molto morbida dove si annidano le tue capacità innate, dove si stabilisce se puoi lanciare una caccola a più di 20 metri o fischiare bendato tutta la Turandot a meno di 6 mesi di età.
Il tutto pralinato dalla neocorteccia, ciò che rende l’uomo quello che è, dove si trovano la coscienza di sé ed il libero arbitrio.
Ecco l’ultimo strato io me lo vedo rugoso come il mille foglie della trippa, e colloso.
E’ li che si appiccicano le nozioni inutili, quelle cose che nessuno ti ha mai chiesto di ricordare ma che sai lo stesso, restano lì appiccicate, come post-it tirati dal vento.
Ecco, io ho la neocorteccia molto appiccicosa ed involontariamente memorizzo una marea di cazzate che mi consentono di vincere sempre a Trivial Pursuit e di intavolare conversazioni di qualsiasi tipo con chiunque, passando per esperto in campi in realtà a me sconosciuti.
Sono un po’ sbilanciato verso l’etologia e lo sport, comunque minchiate ne sparo su qualsiasi cosa, difficilmente sono controvertibili e su ciò ci lucro, sfoderando una sicurezza che disarma l’interlocutore.

La giraffa ha quattro corna corte.

Il facocero ha delle verruche sul muso, non è vero che  la Iena può essere ermafrodita, la femmina ha il clitoride grosso a causa dell'alto valore di testosterone nel sangue.

Gran parte dei pesci inverte il sesso con il passare del’età.

L’oloturia, o cazzo di mare, è della stessa famiglia dei ricci di mare, gli echinodermi, chiamati così per la loro struttura a cinque punte.

Lo squalo maschio ha due cazzi e nemmeno una mano.

Lo stronzio ha un numero atomico più grande del berillio.

Il Baudone è uno dei grandi pittori del ‘500 veneziano.

La balenottera azzurra è il cetaceo più grande, cazzo e allora chiamalo balenona azzurra.

Il calamaro ha un solo neurone, detto assone, il calamaro gigante ha le unghie sulle ventose e combatte con il capodoglio, penso eviti la balenottera azzurra per le dimensioni, mononeurone ma mica scemo.

Omobono Tenni era un campione della motocicletta.

Leonardo da Vinci disegnò l’uomo vitruviano dopo aver visto suo zio che si gettava nudo in un pozzo.

David Bowie ed il tenente Colombo sono ciechi da un occhio, lo stesso.

Il tenente Colombo si è arruolato, cieco, in marina, a 17 anni, mentendo sul’età.

Il Gila è l’unico rettile a quattro zampe velenoso, il coccodrillo ha il cervello più piccolo del suo dente più grosso.

Se moltiplichi il tuo ascendente per pi greco e lo dividi per l’altezza del gradino medio non ottieni un cazzo.

Il cane si lecca le palle perché può.